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venerdì 26 giugno 2015

L'EREDITA' DI CARLO LEVI



Da quarant’anni (gennaio 1975) Carlo Levi non è più nel mondo. La grande eredità artistica, poetica, letteraria e politica  che ci ha lasciato continua tuttora a testimoniare una vitalità e un’attualità sorprendenti, poiché il solco che ha arato nella nostra cultura è ancora profondo, fertile e, sotto molti aspetti, ancora ricco di elementi su cui riflettere approfonditamente. La fortissima spinta propulsiva impartita alla cultura italiana del dopoguerra (a partire dal Cristo Si E’ Fermato A Eboli in poi) non solo non si è esaurita, ma trova in questi tempi segnati dalla disillusione, dall’incertezza, dall’esaurimento dei riferimenti simbolici e culturali del novecento, una nuova forza e un’inaspettata carica eversiva.
Come ha lucidamente scritto Franco Cassano nell’introduzione a Le Ragioni Dei Topi (Donzelli Editore, Roma, 2004, pp.XXII-XXIII):
 “ Si apre qui il punto più delicato e importante del ragionamento di Levi. Questa attenzione per il mondo naturale e per gli animali non è un desiderio di regressione, ma, al contrario, la capacità di aiutare l’uomo contemporaneo ad acquistare una cultura più ricca e più ampia, di andare al di là dell’esaltazione delle magnifiche sorti e progressive del progresso tecnologico. L’espressione chiave, che ricorre in modo sempre più fitto in Levi, è la «compresenza dei tempi», la capacità di un’umanità così larga  da ospitare dentro di sé l’intera complessità del mondo, la molteplicità delle sue forme di vita, la ricchezza dei suoi ritmi. L’uomo moderno crede in una gerarchia e in un racconto che esaltano l’accrescimento della sua potenza, misura il progresso sulla base del grado di allontanamento della natura. Il suo etnocentrismo è potente, ma rimane angusto, come ogni forma di etnocentrismo. Ebbene, la compresenza dei tempi designa una prospettiva  totalmente diversa, di complicità e amicizia goethiana con il mondo e con tutte le sue espressioni. (…) I piccoli sacerdoti del progresso, che lo rimproverarono di nostalgie reazionarie, non erano in grado di cogliere la forza di questa proposta perché essa valicava i poveri schemi del loro catechismo. Levi fu un’anima larga, ospitale, aperta, attirata da tutto ciò che non conosceva.

Se noi siamo nelle cose con un rapporto di somiglianza, di vicinanza e comunanza, con un rapporto di amore, […] allora queste cose raggiungono in noi la loro autonomia. […] ogni volta che mi sono trovato o mi troverò di fronte a qualcosa che fino ad allora mi era sconosciuto mi viene naturale buttarmici dentro come in un rapporto reale e soprattutto […] mi viene di rapportarmi a questa cosa nuova spogliandomi di tutte le conoscenze precedenti.

(…) Il sentimento della compresenza dei tempi è quindi il sentimento di una fraternità primordiale, capace di collegare l’enorme massa delle differenze che abitano il pianeta evitando ogni fondamentalismo, l’avversione radicale per la convinzione che un solo tempo possa contenere dentro di sé la perfezione. “
Ed ecco che la nuova consapevolezza che ci sono dei luoghi dove «l’arcaico è vicinissimo e familiare, ogni cosa rimane senza perdersi […] i secoli si sovrappongono, […] e le contraddizioni divengono identità », altro non è che la rivelazione della compresenza dei tempi. Una nuova attenzione ed un’amorevole cura di questi luoghi, in cui natura e umanità convivono ancora senza soluzione di continuo, diviene una prassi necessaria (anche se non sufficiente) affinché non si perda definitivamente la dimensione di un’esistenza basata sulla relazione, sulla solidarietà, sulla coltivazione della memoria collettiva. I paesi diventano così luoghi d’elezione in cui si può contrastare attivamente la mutazione antropologica che ha prodotto l’homo consumens, caratterizzato dall’”autismo corale” che si celebra quotidianamente nei “non luoghi” consacrati al consumo parossistico. 
La compresenza dei tempi è il nocciolo duro attorno al quale si solidifica la paesologia di Franco Arminio, una scelta che parte dall’amore e dallo sguardo poetico verso questi luoghi ma che si alimenta di tensione socio-politica spingendo ad una nuova consapevolezza riguardo il destino della società e delle coscienze dei cittadini. I paesi, luoghi consegnati dalla cieca violenza dell’economia alla marginalità, diventano il centro geografico e culturale di incontro, di discussione, di creazione, di elaborazione di nuovi progetti, di cura e di raccolta degli innumerevoli giacimenti culturali e naturali che ancora in quei luoghi sopravvivono mantenendo intatto il loro senso più profondo. Ma anche, e forse soprattutto, luoghi di riflessione sulla falsa complessità della società contemporanea, luoghi di meravigliosa riscoperta dei propri sensi come recettori di poesia, luoghi in cui è possibile concepire un nuovo umanesimo e una nuova prassi. Luoghi in cui si realizza il ritorno, il nostos, il ricongiungimento con la nostra dimensione più profonda ed autentica.  

                                                                                                                Francesco Saverio Sasso

   
         




sabato 5 novembre 2011

IO SONO UN AUTARCHICO



Il titolo del primo, celebre, film di Nanni Moretti mi è venuto in mente leggendo l’appello che un normale cittadino italiano, al secolo Giuliano Melani da Pistoia, di professione intermediatore finanziario, ha fatto a tutti gli italiani comprando a proprie spese una pagina del Corriere Della Sera. Per Melani il modo più efficace, più giusto e più rapido per imboccare l’uscita del tenebroso tunnel finanziario nel quale ci troviamo è quello di assumere direttamente e personalmente il debito pubblico. Se il popolo italiano acquistasse, al rendimento più basso, titoli di stato non solo farebbe un buon affare (nel senso che non perderebbe i propri risparmi) ma sottrarrebbe all’avida finanza speculatrice ogni possibilità di arricchirsi ai danni dell’economia nazionale. L’idea di Melani non è affatto stupida né utopica perché non solo è tecnicamente possibile ma soprattutto perché si basa su un presupposto giustissimo: preso atto che la politica nazionale e internazionale si è venduta alla Finanza sacrificando ogni principio di democrazia e di autodeterminazione dei popoli, non resta che fare in modo che le redini dell’economia ritornino nelle mani di coloro che lavorano e producono.
Aggiungo che se fossimo in grado di attivare anche altri tipi di comportamenti tipo consumo orientato verso beni e prodotti italiani, meglio ancora se locali, se ritirassimo i nostri soldi dalle grandi banche speculatrici per metterli nelle banche di credito cooperativo e in quelle etiche, se abbandonassimo il ricorso alle società finanziarie e l’uso delle carte di credito, le cose andrebbero molto meglio.
C’è un altro elemento che ha messo in evidenza la proposta di Giuliano Melani ed ha a che fare con l’atteggiamento dei ricchi e degli industriali italiani di fronte alla grande crisi: gli ultimatum della presidentessa di Confindustria, Emma Marcegaglia, e/o gli anatemi mediatici di Diego Della Valle non sono mai andati oltre la dichiarazione di sfiducia e di disgusto verso il governo e la classe politica in generale. Mai una proposta concreta. Eppure dovrebbero essere proprio loro, i ricchi, ad essere i primi ad investire nella fiducia verso il paese. Lo stesso Berlusconi se la smettesse di pagare puttane e lenoni e si mettesse ad acquistare titoli di stato farebbe una figura sicuramente migliore.
La proposta del simpatico concittadino di Pistoia non si pone questo problema perché alla base c’è la consapevolezza che i ricchi non comprano Bot e Cct, preferiscono i paradisi fiscali dai quali partecipano anonimamente alla bassa macelleria finanziaria che sta squartando la nostra economia. Giuliano Melani pensa che sia molto più facile che un italiano qualsiasi con un modesto conto in banca decida di investire un migliao di euro nel futuro comune che non un Paperon de Paperoni italiano faccia la stessa cosa. Non solo, Melani va oltre. Egli pensa che un cittadino che si è fatto carico di provare a risolvere il problema avrà un atteggiamento diverso di fronte alla politica. Significa non lasciare più che sia un imbecille o un avanzo di galera ad andare in parlamento. Significa non tollerare più oltre che ci siano inetti privilegiati e superpagati per lustrare il culo del premier di turno. Significa rifiutare l’idea che la politica sia il braccio della finanza.
La “modesta proposta” di Giuliano Melani prende le mosse dalla presa d’atto che se da un lato vi è un governo da repubblica delle banane, dall’altro c’è un’opposizione balbettante, incapace di dire la verità: l’Unione Europea è un’oligarchia al soldo delle multinazionali con l’unico scopo di normalizzare il consumo e di ottimizzare i profitti. La Banca Europea segue la linea della Banca Mondiale, ovvero indebitare gli stati per ricattare la politica.
In quest’ottica l’idea di riprendersi il debito sovrano diventa una sfida che va oltre i confini nazionali e riguarda tutti i popoli che vogliono autogovernarsi.
La famosa lettera della Bce al governo italiano né è la prova evidente. Nessuno ha gridato allo scandalo, nessuno ha parlato di ingerenza indebita nella politica di uno stato sovrano. Come agnelloni castrati in uno scannatoio, i politici italiani hanno diligentemente offerto la gola al coltello. Così come, più recentemente, il primo ministro greco, Papandreu, reo di voler consultare il popolo con un referendum, si è lasciato allegramente sodomizzare senza vaselina dalla coppia Merkel-Sarkozy. Ma se Papandreu ora ha qualche problema a star seduto, il popolo greco avrà seri problemi di sopravvivenza.
La proposta di Melani richiama all’orgoglio nazionale, dote questa molto poco diffusa in Italia. Sarà piuttosto difficile che prenda piede una nuova deriva autarchica. Ma se non saremo autarchici non saremo neanche fessi. Attenzione, i ceffoni italiani fanno male…molto male.

giovedì 20 ottobre 2011

MORTE DI UN TIRANNO





Raramente i tiranni muoiono nel proprio letto. È successo a Stalin, a Franco, molto probabilmente accadrà a Castro, ma si tratta di una minoranza. Quasi sempre i tiranni muoiono in modo cruento, così come cruenta è stata la loro parabola per raggiungere il potere e per poi mantenerlo.
Qualcuno potrebbe dire che è giusto così, che quelle belve non meritavano altro che la stessa fine che hanno inflitto a intere popolazioni. L’orgia del potere che ha prodotto simili esseri umani non può che concludersi implodendo e risucchiando al suo interno tutta la malvagità che ha imperversato durante il periodo in cui ha dominato sulle vite di popoli inermi.
Le cose non stanno così. Non si può liquidare velocemente un pezzo di storia macchiato di sangue innocente in cui ha imperato la menzogna, la violenza, lo sfruttamento, la negazione sistematica di ogni diritto fondamentale. I tiranni non spuntano come funghi, essi non sono un incidente della storia. I tiranni sono il prodotto di complessi giochi di potere mossi da una ferrea logica di sfruttamento economico e di equilibrio politico internazionale. I tiranni sono come i macellai: fanno il lavoro sporco, uccidono, scuoiano, squartano e tagliano affinché un’elegante signora o un incravattato cliente possa soddisfare la propria fame senza dover scannare ed imbrattarsi di sangue.
La tirannia è una sorta di concessione che viene fatta per “normalizzare” i rapporti sociali, per “stabilizzare” il quadro politico, per “incentivare” l’economia. Questo è il prezzo che i tiranni devono pagare per restare al potere indisturbati. In realtà sono pochissimi coloro che, fino ad ora, sono riusciti nel loro compito (uno di questi è stato Francisco Franco) poiché il delirio del potere è peggio di un cancro incurabile e, col tempo, i tiranni finiscono con l’oltrepassare ogni misura diventando un imbarazzante problema anche per coloro che li hanno appoggiati.
La morte di Muhammar Gheddafi (pare in un conflitto a fuoco) non è un evento positivo. Ancora una volta la comunità internazionale non potrà processarlo per i suoi crimini né potrà sperare di sapere di quanti e di quali appoggi ha goduto il dittatore libico, visto che mai nessun politico o grande imprenditore ha mai pubblicamente mostrato di avere cordiali rapporti col Rais, eccezion fatta per quel fesso di Berlusconi.
È morto un dittatore sanguinario, un fanatico terrorista, un uomo malvagio e arrogante, con lui scompaiono i suoi segreti. Chi lo ha segretamente aiutato, chi ha lautamente guadagnato dal sangue e dalla morte che Gheddafi ha seminato in questi lunghi anni, ha tirato un lungo sospiro di sollievo.
Si sta preparando la rissa fra le potenze occidentali che vogliono mettere le mani su tesori del sottosuolo libico, per il popolo che ha combattuto per la liberazione dalla tirannia si prospetta un conflitto ben più importante ed impegnativo: non lasciarsi derubare da coloro che, in passato, hanno sostenuto la barbarie che li ha oppressi per oltre quarant’anni.

lunedì 27 settembre 2010

SCUSATE, TENGO FAMIGLIA

Il video comunicato di Gianfranco Fini sulla vicenda dell’appartamento a Montecarlo è la risposta del Presidente della Camera alla campagna giornalistica, montata da due quotidiani della famiglia Berlusconi, che ha occupato e che occupa tutto lo spazio della comunicazione politica nazionale.
Fini è accusato di condotta eticamente discutibile per aver favorito la vendita di un immobile, lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale, a una società off shore segnalata dal fratello della sua compagna di vita, il quale ne è poi divenuto affittuario. Insomma un caso, come tanti in Italia, di bieco nepotismo, anche se non consumato ai danni della collettività.
Il video comunicato di Fini non si presta ad interpretazioni controverse: egli sostiene di non sapere perché e percome suo cognato abiti in quell’appartamento e non esclude di essere stato vittima di un raggiro ben congegnato. Se così dovesse essere (attende gli esiti delle indagini attivate a seguito di una denuncia dell’ex compagno di partito Storace) non esiterà a dimettersi. In sostanza dice: scusate, ma tengo famiglia e non so ancora se è una famiglia normale o una fetecchia.
Nel comunicato il Presidente della Camera invita l’opinione pubblica a riflettere sulla non casualità fra la sua frattura politica con Berlusconi e conseguente espulsione dal PdL e l’esplosione del caso sui giornali del premier. Secondo Fini i fatti dimostrano che Berlusconi stia cercando di distruggere la sua immagine politica e istituzionale impiegando mezzi e forme di ogni genere, senza alcuno scrupolo di sorta. Una vendetta che si concretizza in aggressione mediatica organizzata con scientifica precisione e impiego impressionante di mezzi.
Effettivamente Berlusconi ha grande dimestichezza nel nebbioso ambiente delle società off shore e nella geografia politica ed economica dei grandi paradisi fiscali. Basta rammentare la storiaccia della società All Iberian e di quel Previti in versione british di nome Mills per capire quanto il nostro premier sia coinvolto in affari esentasse molto poco chiari.
Ma tutto ciò è noto a tutti. Berlusconi governa con arroganza e se ne infischia dei conflitti di interesse: si circonda di yesmen, di ladri e corrotti, di incompetenti e decerebrati; dirgli di no è pericoloso, si corre il rischio di farsi male, di finire tritati senza tanti complimenti.
Tutto questo Fini (che è uomo di esperienza) lo ha sempre saputo ed evidentemente era convinto di stare in una botte di ferro, senza macchie e senza pettegolezzi. In una circostanza non è stato cauto e riflessivo come sempre: nella sfera privata. Accecato dall’amore, non si è posto molte domande sulla precedente relazione della sua compagna col più che maturo bancarottiere Gaucci né sulle improvvise fortune di cui ha goduto tutta la famiglia (padre, madre e fratello) della sua innamorata.
Pur di godere dell’affetto e delle arti muliebri di Elisabetta Tulliani non si è preoccupato di tutelare la propria integrità dalla spregiudicatezza con cui la famiglia Tulliani ha usato il suo nome e il suo potere politico per coltivare affari e aggiudicarsi contratti.
Qualcuno potrebbe obbiettare che, allo stato dei fatti, non c’è nulla che provi la buona fede di Gianfranco Fini. Ma non possiamo dimenticare che Fini non è uno stupido né un arrogante e se avesse voluto favorire qualcuno lo avrebbe fatto in modo molto più discreto e difficile da provare. È difficile pensare che organizzando e pianificando un progetto politico molto simile ad un piccolo terremoto, non fosse più che sicuro di avere le spalle coperte da ogni tipo di attacco nonché di incarnare in pieno la figura di politico corretto, integerrimo, con un alto profilo istituzionale. Dopo la critica e la rottura con la leadership di Berlusconi, Fini si aspettava di tutto tranne di scoprire di essere stato infinocchiato dalla sua nuova famiglia. E il lungo tempo trascorso tra l’esplosione del caso Montecarlo e la sua pubblica dichiarazione ne è la prova evidente: ha cercato disperatamente di scoprire la verità per poter organizzare la propria difesa. Purtroppo non ci è riuscito e, non potendo più tacere ancora, ha dovuto ammettere pubblicamente di essere stato turlupinato dal fratello della sua compagna, un giovanottino senza arte né parte ben allevato all’arte dello sfruttamento senza scrupoli. Mai come in questo caso le questioni familiari si intrecciano con le vicende politiche a tal punto da imporre una scelta radicale: la credibilità politica di Fini potrà ristabilirsi solo se sarà capace di allontanare quella famiglia di faccendieri, ogni altro epilogo lascerà la macchia incancellabile di ingenuo minchione. Duellare con Berlusconi per farsi trafiggere le chiappe da un cognatino con la faccia da provolone fa sorridere, ma è una colpa imperdonabile.

domenica 30 maggio 2010

LA VENDETTA DI MARX


All’indomani della caduta del muro di Berlino nessuno avrebbe potuto pensare che nel giro di qualche decennio molti aspetti nodali dell’analisi marxiana si sarebbero rivelati esatti. La sbornia causata dal fallimento del “socialismo reale” aveva liquidato in un solo colpo non solo un’esperienza storica che aveva avuto effetti devastanti ma anche un pensiero filosofico e un ricchissimo bagaglio di esperienze e di prassi politica e sociale. Si è voluto confondere, molto spesso in malafede, il tramonto delle ideologie, ovvero la fine di orizzonti ideali di riferimento, con l’inadeguatezza di ogni criterio di analisi e di interpretazione della realtà e della storia. Si è inneggiato al libero mercato come all’unica, concreta e positiva forma di organizzazione della società e dell’economia. Si è voluto favoleggiare sulla bontà etica e morale della libera iniziativa e del consumo diffuso. È stato inculcato all’umanità tutta il culto della religione liberista attraverso i riti misterici di moltiplicazione del denaro celebrati nei nuovi templi denominati Borse d’Affari.
Non ci è voluto molto tempo perché l’inganno si disvelasse: il dio magnanimo liberista si è rivelato un Moloch sanguinario e senza pietà. Nel nome del facile guadagno di pochi ha voluto il sacrificio di moltitudini di persone che, in poco tempo, hanno perso lavoro e dignità. Per non parlare del sacrificio richiesto alla Natura attraverso la distruzione sistematica delle risorse vitali del pianeta.
L’economia mondiale è in mano a pochi speculatori senza scrupoli che, organizzati in comitati d’affari, usano la politica per incrementare le loro ricchezze a scapito di chi, per vivere, deve lavorare senza sosta. In questi ultimi anni l’economia mondiale non riesce a trovare un equilibrio che possa determinare un “nuovo ordine” planetario, poiché i cosiddetti “investitori” (ovvero coloro che puntano a guadagnare scommettendo sui ricavi delle multinazionali e sull’economia degli stati) hanno un unico criterio di comportamento: guadagnare il più possibile indipendentemente dagli effetti economici e sociali che queste speculazioni generano. Coloro che si arricchiscono vendendo e acquistando azioni e obbligazioni commerciano in carne umana poiché determinano il destino di milioni di persone tra lavoratori e le loro famiglie. Queste dinamiche economiche, che si realizzano in un mercato globalizzato, sono di portata sopranazionale e quindi si svolgono al di sopra di ogni possibile controllo della politica. Così accade che una delle funzioni più importanti della politica, ovvero la capacità di indirizzare e di favorire lo sviluppo economico di uno stato, diventa impossibile, anzi, si realizza l’esatto contrario: la politica è costretta ad inseguire le rotte dell’economia per evitare o per attutire tutte quelle conseguenze che sono nefaste per l’assetto sociale di una comunità. In passato la politica è riuscita ad influenzare l’economia (pensiamo alla Grande Depressione e alla ricostruzione post bellica) muovendo sapientemente idee e risorse pubbliche, ma nell’attuale assetto economico planetario le cose girano diversamente. L’industria è diventata “mobile” e si sposta nel pianeta inseguendo luoghi e mano d’opera a basso costo, la società dei consumi ha messo radici nella cultura e nell’immaginario dell’uomo spingendolo a inseguire falsi miti e status symbols attraverso il debito, gli stati sono diventati mega aziende e vengono “quotati” in base al debito pubblico e alle obbligazioni che sono costretti ad emettere, le banche sono diventate il nodo cruciale di questo sistema attraverso una perversa organizzazione di raccolta e ridistribuzione della liquidità per cui, non solo vendono denaro ma si sono specializzate nel vendere i debiti di coloro ai quali hanno venduto denaro. Chi volesse leggere (senza preconcetti) gli scritti di Karl Marx si accorgerebbe che moltissima parte di ciò che viviamo in questi giorni era stata prevista e, con essa, era stato disegnato uno scenario economico e sociale in cui le contraddizioni del capitalismo evoluto sarebbero emerse in un modo violentemente evidente.
E se, da una parte, ora non ha alcun senso fare l’apologia del marxismo, dall’altro, è inevitabile dover ammettere che il capitalismo non può rappresentare il miglior sistema di convivenza dei popoli e delle persone. Urge puntare alla costruzione di un pensiero critico autenticamente libero fondato sui diritti fondamentali di ogni essere umano, conoscere e riconoscere tutte quelle dinamiche del potere che, in modo più o meno subdolo, creano nuove forme di schiavitù e di consenso. Ma soprattutto è assolutamente necessario salvare le nuove generazioni dal pernicioso condizionamento della società dei consumi: è in gioco la salute del pianeta e il futuro dell’umanità.

martedì 15 dicembre 2009

TORO SCATENATO


La violenza politica è sempre un atto di barbarie. Chi è vittima di questa barbarie è sempre doppiamente vittima: per aver subito una violenza nel corpo e per aver subito un abuso della propria integrità morale e intellettuale. La questione non può e non deve essere liquidata invocando il fragilissimo equilibrio psicologico di colui che ha assalito il presidente del consiglio poiché è reale il clima che contrappone i pro e gli anti Berlusconi: un clima teso, fosco, estremamente sensibile alla minima cosa per imboccare la strada dell’escalation. E’ la prima volta, dopo i tenebrosi anni di piombo, che la politica genera nell’opinione pubblica un’onda di partecipazione emotiva così grande e così incontrollabile. Certo, la crisi economica, i licenziamenti, la cassa integrazione, i precari della scuola lasciati in mezzo a una strada, i giovani senza speranze, quarantenni e cinquantenni che non hanno mai avuto un posto di lavoro vero, tutto questo ha un peso: ma è un peso strano, un peso che non va a rinforzare l’opposizione politica spingendola a uscire dal letargo in cui è caduta per avere il coraggio di progettare una vera alternativa. Non è un peso che spinge i sindacati a fare muro per difendere il lavoro ad ogni costo. Ma allora che succede?
Succede che stiamo assistendo, sbigottiti e incazzati, alla cannibalizzazione dello Stato da parte della politica. Lo Stato, questa complessa architettura giuridica costruita sui pilastri della Costituzione, viene roso quotidianamente dalla classe politica. Una classe politica aggressiva, arrogante, presuntuosa, ignorante e populista, formata da ominicchi prepotenti, arrivisti, dai molteplici appetiti. Ma quando è incominciato tutto ciò? E’ stato Silvio Berlusconi a incominciare a scardinare i pochi punti di riferimento rimasti in piedi dopo tangentopoli. Con toni in stile Peppone e Don Camillo ha cominciato a minare la credibilità della magistratura intesa come sistema. Ha voluto deliberatamente confondere il principio della delega (grazie al quale vince le elezioni) con quello dell’investitura consacrante (Deus vult). Ha demolito la figura del Presidente della Repubblica e quella della Corte Costituzionale, ha allietato gli ambienti della politica internazionale con barzellette, gaffes, figuracce ignobili e grottesche autocelebrazioni. Da quando esiste la Repubblica Italiana i ruoli di Presidente così come di Giudice Costituzionale sono sempre stati coperti da uomini provenienti dalla politica, ma mai nessuno si è sognato di offenderli accusandoli di tradire la Costituzione per favorire il proprio partito. Invece Berlusconi l’ha fatto, disprezzando apertamente le istituzioni.
Nel film di Martin Scorsese “Toro Scatenato”, Robert De Niro interpretava il pugile italo americano Jack La Motta, un grande campione del ring obnubilato da una personalità egocentrica e delirante che finirà per avere il sopravvento riducendolo alla povertà e alla solitudine. Berlusconi in politica è un Toro Scatenato, senza il senso dell’opportunità e dell’equilibrio. Il suo antagonista naturale è l’ex giudice Di Pietro, forcaiolo per vocazione, populista per necessità: un novello Robespierre più incline alle purghe che alla dialettica. E ci si meraviglia che sul Web ci siano luoghi in cui si concentrano migliaia di imbecilli che vorrebbero uccidere Berlusconi? E ci si meraviglia che ci siano ebeti pronti a manifestare solidarietà per l’aggressore di Berlusconi?
Francamente c’è poco da meravigliarsi, dice il vecchio adagio: chi semina vento raccoglie tempesta.
E Berlusconi ne ha seminata di roba, non c’è che dire. C’è un ultimo aspetto tragicomico che va evidenziato: questo penoso e deprecabile episodio avrà, nel tempo, un effetto benefico sulla popolarità del nostro premier, chi ha voluto colpire (e anche per questo è sicuramente fuori di testa) non ha calcolato l’effetto martire, non si è reso conto di aver innescato un processo di beatificazione politica tendente a innalzare Berlusconi nell’olimpo dei grandi della patria che hanno pagato un tributo di sangue per la libertà.
E invece ha fatto tutto lui. Toro Scatenato, tutto preso dall’agone quotidiano, concentrato a colpire e a parare, non ha visto un palo e ci ha sbattuto il grugno. Metaforicamente parlando è stato un incidente di percorso dal quale, forse, potrà addirittura guadagnare qualcosa.
Pacificazione nazionale? Meglio la pax romana: eliminiamo le elezioni e i candidati si battano all’ultimo sangue nei nostri begli stadi. Diretta Rai o Mediaset?

martedì 27 ottobre 2009

PER FAVORE, FATELO CURARE






La vicenda del Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo ha lasciato sbigottiti moltissimi italiani. Non certo per l’argomento in sé, dato che gli italiani sono assidui consumatori del mercato del sesso, quanto per la portata economica della storia. Pare infatti che il Marrazzo avesse concordato con il trans brasiliano Nathalie un compenso di cinquemila euro. Una cifra assolutamente esorbitante se consideriamo che il caso D’Addario ci aveva informati sulle tariffe medie in uso ai massimi vertici istituzionali (mille-duemila euro, più cena di benvenuto), a questo c’è da aggiungere che, da un punto di vista estetico, passa una bella differenza fra le escort di Tarantini e i trans di via Gradoli: quella Nathalie ha la stessa avvenenza di Tarcisio Burgnich (uno dei più grandi terzini della storia del calcio) con parrucca e minigonna.
Evidentemente c’è qualcosa che non torna. Qualcuno potrebbe dire che non ci è dato di sapere quali fossero le performances concordate per quella cifra, la fantasia non ha limiti e nel sesso a pagamento la fantasia costa molto. Può darsi, ma considerando l’oggetto del desiderio viene spontaneo pensare a giochetti sadomaso con epilogo coprofilo e grappino finale, giusto per dimenticare. Sotto l’aspetto sociologico è ormai assodato che il popolo del centro destra è orientato verso il sesso ortodosso basato sulla trombata classica, mentre il popolo del centro sinistra è più aperto ad esperienze diverse basate sull’equivoca apparenza con “grande sorpresa” finale del genere “e questo dove lo mettiamo?”. Ma quello che urta tutti gli italiani è lo spreco, la mancanza di rispetto per il denaro. La colpa imperdonabile di Piero Marrazzo è quella di aver offeso tutti quei poveri lavoratori che durante la settimana fanno i salti mortali per risparmiare qualcosa da poter spendere, il sabato sera, lungo i viali delle periferie in compagnia di puttane nigeriane e viados con la voce baritonale. Naturalmente c’è anche qualche italiano, non molti a dire il vero, che tira in ballo la questione etica. La faccenda è abbastanza lineare: un politico eletto ha stretto un patto di fiducia col proprio elettorato ed ha il dovere di onorarlo prima di ogni altra cosa. Se invece il suddetto politico dimostra di essere un traditore (non onorando, ad esempio, il patto coniugale) distrugge la fiducia del proprio elettorato ed ha il dovere morale di dimettersi. A tutto questo si aggiunge anche il fatto che il fedifrago si è cacciato in una situazione in cui è diventato oggetto di ricatto e quindi ha perso la libertà di agire per mantenere gli impegni e le promesse elettorali, egli ha perso, in sostanza, il diritto di rappresentanza, che è alla base della democrazia.
Infine, last but not least, c’è lo specifico dell’uomo Marrazzo. Eletto alla massima carica regionale grazie anche alla sua grande notorietà televisiva: per anni ha incarnato il personaggio di paladino dei diritti dei consumatori, di nemico giurato di truffatori, imbroglioni e mistificatori di ogni genere. E invece è cascato come una pera cotta di fronte all’industria del sesso esentasse per finire nelle mani di veri e propri ricattatori. E non ci sarebbe da meravigliarsi se dalle indagini verrà fuori che la parola d’ordine che usava per entrare nella magione della brasiliana nerchiuta era: Mi manda Raitre.
È mai possibile che un uomo arrivi a farsi del male fino a questo punto? È mai possibile che un personaggio da carnevale di Rio possa obnubilare la mente di un uomo di cultura ed esperienza? Dobbiamo aspettare che qualche studioso pubblichi un saggio su politica e analità per capirci qualcosa o rimpiangere gli anni in cui Cicciolina era deputato della Repubblica?
In attesa di capire facciamo un invito alla famiglia e agli amici di Piero Marrazzo: fatelo curare.

sabato 20 giugno 2009

IL RIPOSO DEL GUERRIERO


È risaputo da tempo ormai: la politica è un gran brutto mestiere, defatigante, sfibrante, usurante. Già al tempo del regno di Bettino Craxi, molti politici (i socialisti in prima fila) reclamavano il diritto a un meritato riposo e a un sano divertimento e non si vergognavano a farsi riprendere in discoteca o ad alcune feste private completamente sbracati e con il viso stravolto da eccessi alcolici e/o di cannabis o col tipico occhio spiritato di chi è dedito allo sniffo di cocaina. Non mancavano, naturalmente, donne di vario genere e con diverse inclinazioni: dalla belloccia aspirante soubrette televisiva, all’escort di alto livello economico, alla troiona ruspante avida di prebende di ogni genere. Perché oggi le cose dovrebbero essere diverse? Anzi, dobbiamo prendere atto che questa pratica ludica, col tempo, si è molto sviluppata invadendo il mondo politico in modo trasversale. I nostri rappresentanti eletti lavorano sodo e hanno bisogno di momenti di relax e divertimento che trovano consumando stupefacenti e accompagnandosi con transessuali e donnine allegre.
Qualcuno potrebbe obiettare che diventa difficile pensare che chi guida il Paese lo possa fare nel migliore dei modi passando i fine settimana a gozzovigliare come un Procio omerico e a trombare con ninfette assatanate di denaro e di successo. Soprattutto diventa difficile pensare che questi satiri con la tessera di partito siano persone che non hanno nulla da nascondere: persone trasparenti e inattaccabili, al di sopra di ogni ricatto. In effetti questa considerazione è assolutamente pertinente: un comportamento da debosciato genera sfiducia sia nelle qualità umane che nella capacità di poter svolgere un lavoro di grande responsabilità senza doversi piegare a convenienze di tipo personale.
La recentissima querelle mediatica (che ha come sfondo un’inchiesta giudiziaria) sui “riposi” di Silvio Berlusconi in compagnia di “etère” (come si sarebbe detto nella Grecia antica) provenienti da tutta Italia è un fatto che contiene due verità: la prima è un attacco politico da parte di chi non riesce a far politica nel modo classico, la seconda è che per la coalizione al governo tutto ciò è normalissimo e riguarda solo la sfera privata del premier.
La vera questione, invece, è questa: agli italiani poco importa di sapere di avere un Presidente del Consiglio “trombante”, quello che colpisce, invece, è che anche lui debba pagare come l’ultimo frequentatore di battone africane sulle tangenziali d’Italia, non solo, ma soprattutto il fatto che pagando (con la collaborazione di lenoni di alto bordo) si metta nella condizione di essere definito il primo sporcaccione d’Italia. Che dire, infine, dell’ultima, tragica considerazione? Questo è un governo del cazzo. E i milioni di elettori del centrodestra? Un popolo del cazzo. E tutta questa bagarre mediatica che riempie i giornali e le tivù? Discorsi del cazzo.
Una modesta proposta: e se a tutti coloro che intraprendono la carriera politica venisse praticata una bella castrazione chimica? Tanto siamo abituati da troppo tempo ad avere politici senza palle .

venerdì 19 giugno 2009

DIRITTI E DOVERI


Il referendum abrogativo è l’unico mezzo previsto dalla nostra costituzione attraverso il quale i cittadini possono censurare, modificare o confermare il lavoro legislativo delle due camere. Il referendum è uno strumento democratico preziosissimo poiché sancisce in modo inequivocabile la priorità della sovranità popolare sul funzionamento dello Stato. Nella storia dell’Italia repubblicana il referendum ha avuto un ruolo fondamentale nel progresso della civiltà giuridica e nel riconoscimento dei diritti civili. Senza il referendum non avremmo avuto il divorzio e la peste dell’aborto clandestino avrebbe continuato ad affliggere la nostra società. Senza il referendum si sarebbero moltiplicate le centrali nucleari e saremmo infestati da rifiuti radioattivi sparsi e occultati chissà dove dalle varie mafie nazionali. Il referendum rappresenta per i partiti politici un grosso pericolo per almeno due ordini di motivi: scavalca di fatto il potere politico costringendolo a dover fare i conti con l’espressa volontà popolare senza mediazioni e compromessi; l’esito referendario assume di fatto un consistente valore politico poiché rivela il grado di sintonia e di consenso dei cittadini nei confronti dei vari schieramenti. Il primo uomo politico che ha escogitato il sistema per neutralizzare la mina vagante referendaria è stato Bettino Craxi, il quale invitò gli italiani a disertare le urne e ad andare al mare, confidando nella scarso senso dello stato degli italiani e nella loro grande passione per la pasta al forno, melone rosso e pennichella sotto l’ombrellone. Da quel momento in poi, ogni volta che è stato posto un quesito referendario, i partiti politici si sono espressi non più sul merito del referendum bensì sul fatto se fosse opportuno o meno andare a votare. Da quel momento sono stati diversi i referendum che non hanno raggiunto il quorum dei votanti che ne sancisse la validità. E qui emerge la contraddizione di coloro che, politici e alte cariche dello stato, quando si tratta di elezioni parlano del voto come di un diritto-dovere, ma quando si tratta di un referendum tacciono o, peggio, propagandano l’astensionismo. Il senso di questo binomio diritto-dovere (che potrebbe sembrare un ossimoro) sta nel fatto che il diritto è sancito dalla costituzione mentre il dovere è una sorta di senso di responsabilità, ovvero è un dovere in senso etico, è un sentimento che ogni cittadino consapevole e democratico dovrebbe sentire come dovere nei confronti di se stesso, della società e dello stato (inteso come patria, come identificazione e orgoglio culturale). Non è detto che tutti i cittadini accettino questo binomio, ognuno è libero di pensare come vuole, ma è assolutamente indispensabile che i politici e le cariche dello stato non solo lo accettino quanto, soprattutto, lo pongano alla base della vita democratica delle istituzioni. Non è ammissibile che chi ricopre cariche istituzionali (dal consigliere di circoscrizione al ministro, dal senatore al presidente del consiglio) inviti apertamente e spudoratamente all’astensionismo. Chi lo fa disprezza le istituzioni e mostra il suo vero volto di uomo dedito alla politica per il raggiungimento del potere da usare per fini personali. Chi invita a disertare le urne non ha alcun senso dello stato e infanga il ruolo istituzionale che ricopre. Propagandare l’astensionismo rappresenta un insulto alla democrazia, alla costituzione e ai liberi cittadini; è come se dicessero: lasciate stare, non è roba per voi, andate a divertirvi e lasciate le cose serie a noi, che ci sappiamo fare, della vostra opinione non ce ne frega niente, voi cittadini dovete solo votare chi diciamo noi e pagare le tasse.
A cominciare da Voltaire fino a Gaetano Salvemini (uomini che hanno dedicato la vita alla libertà) i dubbi sulla imperfezione della democrazia (sulle conseguenze anti progressiste del criterio quantitativo) non sono mancati, ma se poniamo come base fondamentale i diritti di ogni essere umano non possiamo fare altro che accettarne le conseguenze, solo in un secondo momento potremo dedicarci alla crescita civile e culturale dei cittadini e investire sulla qualità delle opinioni. Il referendum è una pratica democratica che induce alla formazione di opinioni autonome e sviluppa il senso della responsabilità civile perché collega direttamente il cittadino all’istituzione, senza la mediazione dei partiti. Attraverso il referendum la voce e le opinioni della gente entrano di forza nella stanza dei bottoni con un’autorità assoluta. Chi diserta le urne avvalla un concetto “pederasta” della politica per cui chi è al potere tiene per il culo tutti gli altri. Andare a votare (indipendentemente dall’opinione che si esprime) è un atto di civiltà, di responsabilità democratica e rappresenta anche un bel calcio nel culo a tutti quei politici marci e arroganti che ammorbano le istituzioni repubblicane.

martedì 10 febbraio 2009

UN BRANCO DI SCIACALLI


È la prima volta che le pagine di questo blog dedicano tanto tempo e spazio allo stesso argomento. Il motivo non dipende dalla particolare pena per la condizione in cui versava Eluana Englaro quanto dalle molteplici implicazioni morali, etiche e giuridiche che quella condizione comportava. Non solo, il caso Englaro è diventato il paradigma di una condizione nella quale vivono, in Italia, migliaia di persone e nella quale si dibattono disperatamente tantissime famiglie. In Italia non solo manca una legge che contempli il testamento biologico e garantisca i diritti costituzionali di coloro che sono diventati incapaci di intendere e di volere, in Italia manca una rete assistenziale della sanità pubblica che garantisca la qualità della sopravvivenza di questi casi disperati senza ricadere pesantemente sulle famiglie. In sostanza, nel nostro paese, esiste una categoria di disgraziati ai quali sono negati sia i diritti costituzionali che il diritto ad essere assistiti nel modo migliore a spese della collettività. Le ragioni dell’esistenza di questo “limbo” in cui è assente il diritto ed è assente lo Stato sono almeno un paio: la prima consiste nel fatto che queste persone, regredite allo stato vegetativo o semivegetativo per le cause più disparate, non sono state mai difese da nessuno, non c’è mai stato un gruppo d’opinione che ne sostenesse le necessità e le rivendicazioni; la seconda ragione risiede a Roma, nella Città del Vaticano: l’enorme peso politico della chiesa cattolica ha di fatto impedito che le due grandi correnti del pensiero politico (quella cristiana e quella laico-socialista) potessero confrontarsi liberamente per produrre una giurisdizione condivisa, efficace e conseguente alle disposizioni della carta costituzionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia non è uno stato di diritto. In Italia lo Stato non è la casa comune le cui regole di convivenza sono una reale garanzia per tutti i cittadini. Le questioni più sensibili di ogni democrazia sono i diritti inalienabili del cittadino e il loro libero esercizio; i pericoli più gravi di ogni democrazia sono l’abuso di potere e il conflitto di interessi. Si può dire che gli italiani siano liberi di scegliere i loro rappresentanti? Si può dire che in Italia la politica, l’economia e la magistratura siano sottoposti a ineccepibili sistemi di controllo? Si può dire che il sistema fiscale nazionale sia equo e trasparente? Si può dire che in Italia le banche siano sottoposte a giurisdizione e controlli rigidi?
Tornando al caso di Eluana, è necessario spendere qualche parola sulla legge che il governo stava confezionando prima che lei morisse. Questa legge definisce che l’idratazione e l’alimentazione forzata non sono un atto terapeutico e, di conseguenza, anche di fronte a un dichiarato ed esplicito rifiuto del malato di essere sottoposto a qualunque terapia, egli non potrà sottrarsi in nessun modo ad essere mantenuto in vita artificialmente. In sostanza, se io decidessi di lasciarmi morire di inedia questo non mi sarebbe consentito perché farei la fine di un’oca all’ingrasso: nutrito a forza con un imbuto nel becco. E se io volessi fare uno sciopero della fame e della sete per sostenere una protesta civile nonviolenta? Secondo questa legge non sarebbe più possibile. Secondo questa legge io non potrò più disporre di me stesso, non sarò più libero di agire secondo i miei principi. Che fine ha fatto il tanto celebrato liberalismo? Il governo, che si autodefinisce liberista e liberale, dimentica le basi fondamentali su cui poggia tutta l’economia di mercato e tutto un sistema di concezioni politiche e filosofiche. La “libera iniziativa” si basa sulla teoria della naturale libertà dell’uomo e della totale autonomia della propria coscienza. Le posizioni della chiesa cattolica non meravigliano nella sostanza quanto nei toni da crociata medievale; è abbastanza normale che una religione rivelata sia tentata dalla deriva teocratica: manipolare l’anima induce a voler manipolare anche il corpo. Quello che più turba, in queste ore, è la sicurezza e l’arroganza dei cattolici che stigmatizzano violentemente chi non la pensa come loro. Questi nuovi farisei non sanno cosa vuol dire compassione e rinuncia al giudizio; costoro non hanno mai vissuto accanto ad un caro ridotto ad uno stato larvale, ad un corpo svilito di ogni dignità e pudore, ad un futuro privo di speranza e denso di enormi preoccupazioni. Ogni essere umano è un pianeta, ogni storia è unica e irripetibile, ogni dolore è il Dolore Umano; queste vicende tragiche hanno bisogno del rispetto che nasce dal riconoscere il diritto alla dignità e al pudore di ognuno. Invece no, il destino di queste persone e delle loro famiglie se lo sono giocato a dadi Berlusconi & Co, ovvero il governo, Casini e i teocrati del centro sinistra, un bel gruppo, un branco di sciacalli.

lunedì 9 febbraio 2009

I TRE AMIGOS























Eccoli qui, sono i nuovi Talebani Italici, sono i tre campioni della fede cattolica, sono SACCONI, BERLUSCONI e CASINI. Peccato che abbiano anche loro qualche problema con la Chiesa. Berlusconi e Casini sono divorziati e quindi gli sono negati i sacramenti. Ma loro se ne fregano, si sono risposati e hanno fatto altri figli, probabilmente, in quanto campioni della fede, hanno avuto una speciale dispensa dal papa o, chissà, da qualche pezzo più grosso ai piani alti. Il buon Sacconi, invece, è sposato sempre alla stessa donna, ma proprio a causa della consorte si trova, come il lider maximo, impastoiato in un certo conflitto d'interessi. La moglie del pio Sacconi (ex socialista craxiano) è dal 2005 alla presidenza di Farmaindustria, la confindustria delle industrie farmaceutiche, e in questo ruolo è diretta interlocutrice del marito, ministro del Welfare, sulla faccenda spinosa delle tariffe farmaceutiche. Qualcuno dirà che tutto ciò non è direttamente connesso alla vicenda Englaro e che qui si vuole solo screditare chi ritiene che la si voglia sopprimere barbaramente. Non c'è bisogno di screditare i tre amigos: un ministro, un primo ministro e l'ex presidente della camera che disprezzano apertamente le leggi dello stato si qualificano da soli. Sono sciacalli della politica, disposti a cibarsi di qualunque carogna pur di riempire la pancia. Dietro i loro pronunciamenti umanitari e i loro sorrisi serafici ci sono denti affilati e un nauseabondo alito di putrefazione. Sul sonno di costoro veglia il vescovo di Roma, egli non riesce a dormire a causa degli spettri che popolano le sue stanze.

domenica 8 febbraio 2009

UNO STATO SENZA DIRITTO



Le ultime vicende sul doloroso caso di Eluana Englaro mi hanno sconvolto. Non voglio entrare nel merito del tema di fondo, ovvero sulla questione se sia più o meno giusto interrompere le cure che le vengono somministrate da diciassette anni e se i genitori abbiano il diritto di chiedere, in sua vece, di non andare oltre nelle terapie che la mantengono in vita. Il problema, in questi casi, non può essere risolto (in mancanza di una giurisdizione che preveda e regoli queste circostanze) da un plebiscito popolare o dalle opinioni del papa o dal modo di pensare dei governanti. In questi casi l'unica soluzione accettabile può essere quella di un tribunale che, sulla base delle leggi vigenti e della carta costituzionale, decida, percorrendo tutti i gradi di giudizio, il destino di un essere umano e della sua famiglia che sono stati colpiti da un accidente così tragico. Se il nostro paese è uno stato di diritto, questa è l'unica strada percorribile. Invece quel che sta accadendo in questi giorni ha il disgutoso sapore di una farsa da repubblica delle banane. Nonostante ci sia stata una sentenza definitiva della Corte di Cassazione che ordina la cessazione di ogni atto terapeutico (compresa l'alimentazione e l'idratazione forzata) nei confronti della Englaro, esponenti di punta del governo, in un primo momento, hanno manifestato a parole e con i fatti il totale disprezzo di una sentenza dello Stato poi tutto il governo ha proceduto a confezionare un decreto legge contro la suddetta sentenza. L'intervento del Presidente della Repubblica non è stato sufficiente a far capire che il decreto legge rappresenta un vero e proprio corto circuito della democrazia e un'onta incancellabile sullo stato di diritto. Il governo ha deciso di cogliere al balzo, con cinismo ripugnante, la ghiotta occasione di accaparrarsi i voti dei cattolici di centro sinistra per le prossime elezioni europee e amministrative. Per un pugno di voti si farebbe qualsiasi bestialità, figuriamoci se non si trattasse di un pugno bensì di moltissimi voti. E' chiaro che per il governo le questioni etiche, il senso dello stato, i principi costituzionali, la stessa Legge, sono quisquilie,roba da poco, particolari di secondo piano. E pensare che fino a ieri questi tristi personaggi da presepe che governano il paese hanno avuto il coraggio di pontificare contro la mancata certezza della pena e contro il lassismo e la superficialità di certi giudici che trasformano le sentenze di condanna in liete vacanze domiciliari. Ora tutti uniti sotto la bandiera di Costantino (In Hoc Signo Vinces) si danno da fare per annullare una sentenza legittima dimostrando che in Italia tutto è relativo e tutto è possibile. In Italia la legge non è uguale per tutti, anzi, in realtà non c'è legge che tenga. Di fronte agli ipocriti proclami della Chiesa si è formata una fila lunghissima di politici in attesa di leccare i piedi del papa e intascare voti. A questo fetido marasma di ipocriti speculatori delle disgrazie altrui si contrappone una gran quantità di famiglie che assistono i loro cari handicappati senza nessun ausilio dello stato, senza nessun contributo tangibile della comunità civile. Ci sono malattie rare non riconosciute dal nostro sistema sanitario, sono tantissimi gli ammalati cronici non più autosufficienti che sono abbandonati alla buona volontà e al bilancio delle famiglie. Per costoro non c'è nessuno che parli, che promulghi un decreto legge, non c'è un fottutissimo prete di provincia che ne denunci l'abbandono. La Chiesa è troppo impegnata a mobilitare i propri adepti per manifestare contro il padre di Eluana, è troppo presa a perdonare vescovi filo nazisti, a negare i funerali religiosi a Piero Welby e a concederli a mafiosi pluriassassini. Alla luce di tutto ciò è paradossale che il governo italiano gridi allo scandalo perchè il Brasile non riconosce le sentenze che condannano quell'assassino di Cesare Battisti: cosa c'è da meravigliarsi quando è lo stesso primo ministro italiano a non riconoscere le sentenze dei nostri tribunali? Mi viene in mente il caso Moro, all'epoca sia la DC che il PCI furono d'accordo sul fatto che in uno stato di diritto non era possibile piegare la legge ad una seppur tragica situazione e mai nessuno pensò di varare un decreto ad hoc. Adesso invece abbiamo toccato il fondo: non c'è legge che debba essere rispettata, non ci sono diritti inalienabili sanciti e, aggiungo, non c'è neanche religione, perchè la religione affonda le sue radici più vive nella coscienza del rispetto verso la persona, nell'immedesimazione nel dolore altrui, nella tolleranza per chi la pensa diversamente. Quando la religione inneggia alla trasgressione della legge diventa pericoloso fanatismo. Questo vale anche per la politica: quando un governo non rispetta la legge non merita di essere riconosciuto come legittimo, i ministri tutti, prima di insediarsi, giurano davanti al Presidente della Repubblica di rispettare le leggi e la Costituzione, questo invece è un governo di spergiuri.

domenica 28 settembre 2008

HOMO HOMINI LUPUS


Con la recente vicenda dei titoli americani subprime si è posta una nuova questione che riguarda l’assetto e le valutazioni sull’attuale economia di mercato che governa il pianeta. La crisi finanziaria che ha causato fallimenti a catena di diverse banche americane è il riflesso di una condotta fraudolenta basata sulla più selvaggia speculazione che ha visto complici tutti i gangli del sistema economico mondiale. E’ caduta la maschera del sistema capitalistico occidentale, una maschera fatta di greve austerità garantita da un iper vantato autocontrollo nonché da una giurisdizione che sembrava blindata. Quegli stessi politici ed economisti che bacchettavano senza pietà le approssimazioni economiche dei paesi del terzo mondo con i loro cronici debiti supermiliardari con la banca mondiale, ora sono attoniti e tacciono o cercano di minimizzare invocando la fisiologia del mercato e le sue inevitabili aberrazioni. Sono di queste ultime ore gli appelli del presidente Bush tendenti a far passare grossi provvedimenti di stato per evitare ulteriori e ben più gravi fallimenti. Si tratta di una svolta epocale: i maggiori esponenti del liberismo più ortodosso ed intransigente si arrendono di fronte a una situazione che corre il rischio di trasformarsi in una devastante crisi economica, al cui paragone quella del 1929 è una bazzecola. E’ evidente che il sistema non è in grado di autoregolarsi né di assorbire gli effetti di queste cosiddette aberrazioni. Alla luce di questi eventi sorge spontanea una riflessione: cosa si vuole salvare? Questi provvedimenti eccezionali servono ad evitare che le persone si trovino senza lavoro e senza mezzi di sussistenza o piuttosto hanno lo scopo di evitare che il sistema imploda scompaginando tutti gli equilibri esistenti, comprese le ricchezze degli attuali padroni del pianeta? L’economia capitalista non produce cicli virtuosi in grado di garantire il progresso economico e civile della gente, essa si fonda sulla speculazione più spietata che non distingue tra i bisogni primari (energia, salute, casa, vita dignitosa) e quelli indotti (società dei consumi); le corporations (le mitiche multinazionali degli anni ’70) sono le teste di ponte di un sistema di rapina del territorio e di sfruttamento delle popolazioni più povere e bisognose della Terra. Noi stessi, che abbiamo avuto la fortuna di nascere sul lato ricco del pianeta, non riflettiamo abbastanza sulla nostra vita e su quello che siamo: produttori di rifiuti, consumatori di droghe e felici acquirenti di costoso abbigliamento griffato che costa pochi centesimi alla produzione, quanto basta per mantenere in vita bambini e donne-operaio in Vietnam, Bangla Desh, Corea, Cina e Centro Africa. Forse è giunto il momento di rivalutare alcuni aspetti dell’analisi marxiana (che non ha niente a che vedere col defunto marxismo-leninismo), gli scritti di Gramsci, di Gaetano Salvemini e anche di Pier Paolo Pasolini; forse è giunto il momento di invocare una scuola che insegni a scoprire se stessi e interpretare la realtà, una scuola che inciti al cambiamento, che valorizzi la forza “eversiva” della cultura. Mai come oggi la massima di John Hobbes, dell’homo homini lupus, risulta essere di un’attualità sconcertante e mai come oggi c’è bisogno di gente che urli contro questa condizione. Per cui se salvare le banche dal fallimento significa iniziare una nuova stagione di contenimento dello strapotere dell’economia di mercato forse vale la pena tentare, altrimenti è meglio sperare che la crisi faccia tabula rasa di vecchi e nuovi speculatori e che dalle macerie di questo sistema sorga qualcosa di nuovo e più giusto.