domenica 23 dicembre 2007

L'UOMO CHE SUSSURRAVA ALLE SEPPIE


Corrado discendeva da una dinastia del ramo cadetto di pescatori: coloro che vivevano pescando sottocosta a bordo di piccoli gozzi (chiamati in dialetto varcheceddàre). La vita di questi uomini era piuttosto grama, utilizzavano il palamito per il pesce più nobile (saraghi, orate, branzini, ricciole, piccoli tonni), una piccola rete a sacco per il pesce azzurro, il rampone per i ricci e la lenza per polpi e seppie. In ogni caso la quantità di pescato (anche nei giorni più fortunati) era appena sufficiente a sfamare la famiglia giorno per giorno, considerando i periodi di cattivo tempo e di malattia. Corrado era piuttosto piccolo di statura, ma muscoloso e ben proporzionato, il viso, cotto dal sole e segnato dalla salsedine mostrava lineamenti fini e regolari, occhi neri, fronte spaziosa, capelli crespi tenuti a bada da un cappello di lana grigio. A malapena sapeva leggere e scrivere ma era uomo intelligente, giudizioso e con un notevole senso degli affari; aveva capito che il successo commerciale dipendeva dalla sua capacità di offrire sempre il prodotto più richiesto. Così la sua attenzione si andava concentrando sulla “reginetta” della tradizione culinaria cittadina: la seppia.
A cominciare dalle seppioline (gli allievi) da consumare crude, a quelle da fare ripiene al forno con le patate, a quelle da friggere, alle magiche seppie da ragù, una specialità per tutte le stagioni.
Doveva studiare, approfondire l’argomento, voleva sapere tutto su quello strano mollusco che sarebbe stato la sua fortuna. Don Ditino era il vecchio farmacista, la sua “spezieria” era sempre aperta nella piazzetta che si affacciava sul porto. Don Ditino era appassionato di scienze naturali e nel suo retrobottega ospitava una nutrita biblioteca scientifica e un piccolo museo di fossili, uccelli e animali imbalsamati, reperti vari in boccioni di vetro immersi nella formalina. “Caro Corrado…la seppia è un nobile mollusco, noi in paese la chiamiamo “la seccia”, un termine brutto e prosaico…invece il dotto Linneo la battezzò Sepia Officinalis, un nome poetico e molto esplicito sulla grande utilità di questa creatura marina….non pensare solo al cibo, ma anche all’inchiostro, al grandioso contributo della seppia alla cultura dell’umanità!!” Continuò parlando della fisiologia, dell’anatomia e delle particolarità del nobilissimo mollusco. Due serate consecutive con Don Ditino lo avevano completamente rimbambito, per non parlare di Roccuccio, il figlio di cinque anni che la moglie gli aveva appioppato per avere un po’ di tranquillità, che di nascosto si era rimpinzato di cioccolatini purgativi e che ora piangeva per il mal di pancia. Ignazio “lo sgagnato” era un vecchio pescatore che aveva perso tutti i denti all’età di trent’anni a causa di un colpo di remi in pieno volto mentre nuotava per recuperare una nassa dispersa. Nessuno meglio di lui avrebbe potuto svelargli i più piccoli segreti della pesca della seppia; purtroppo, a causa della mancanza dei denti, parlava farfugliando e schizzando saliva dappertutto, era impossibile stare fermi ad ascoltarlo senza ritrovarsi il viso e gli indumenti ricoperti di sputazzi. Ma Ignazio era una fonte inesauribile di scienza della pesca e di psicologia ittica. Avete capito bene, psicologia ittica, perché ogni specie marina ha il suo carattere e un bravo pescatore deve saper prendere ognuno dal verso giusto. La seppia è molto intelligente e ha un carattere molto deciso; “è incazzosa”, diceva Ignazio caricando sulla doppia zeta una raffica micidiale di saliva, “la seccia è come nà vaiassa, se ti fai scoprire che la vuoi prendere prima ti schizza lo ‘gnostro (l’inchiostro) poi non la vedi più, è fusciuta(fuggita) e tu ha puste ‘mbaccie ‘o nase (ti ha fottuto)”. Come ogni comara che si rispetti, la seppia ama le storie, fatti e fatterelli: “la seccia vol sentì le cùnte”, vuole ascoltare i racconti; questo era il grande segreto di Ignazio. Ora Corrado era pronto, sapeva tutto sulle seppie: dove cercarle, il periodo degli amori, della riproduzione, come e quando cacciava, quali fondali prediligeva. Ma soprattutto sapeva che la lenza sarebbe stata inutile se non avesse saputo cosa dire e come incantarle parlando.
Dopo una settimana di prove raggiunse il suo scopo: le seppie accorrevano a frotte ad ascoltare le storie del Guarracino che voleva sposare, le avventure di Ulisse e le vicende dell’Orlando Innamorato. Corrado passava le notti sulla sua barchetta a sussurrare sul pelo dell’acqua. Quando rientrava le sue seppie andavano a ruba, erano eccezionali, freschissime, saporite ma soprattutto tenerissime. Una tenerezza speciale dovuta ad una morte dolce e indolore, come il sonno in cui si abbandona il fanciullo mentre ascolta, assorto, una fiaba.

3 commenti:

Dyo ha detto...

Povere seppie, uccise a tradimento...
Buon Natale, Saverio.

l'invisibilenelvisibile ha detto...

Se mi permetti non concordo sull'ultimo punto, "la dolce morte" è qualcosa di aberrante che l'uomo possa compiere e non è mai paragonabile al sonno di un bambino, indotto per amore, dal racconto di una fiaba dal proprio genitore.
Il pescatore di sicuro era bravo nel fare il suo mestiere.

mariasole ha detto...

Io trovo che sia un racconto..racconta di un personaggio..il suo profilo poetico psicologico se vogliamo dargli una specie di definizione insomma alla perandelliana...e anche della seppia..lei si addormenta nel sonno della morte dolcemente se poi e giusto o no ..è un fatto che nn appartiene al racconto...