giovedì 10 gennaio 2008

SOMETIMES I FEEL LIKE A MOTHERLESS CHILD


Il testo di questo bellissimo spiritual è estremamente attuale e riflette una condizione emotiva molto comune ai giorni nostri. Il senso di spaesamento, di inadeguatezza, la mancanza di un punto certo di riferimento: tutto ciò produce una condizione di disperata solitudine in cui ci si sente inutili e soprattutto incompresi. E’ ovvio che in una società, come quella contemporanea, in cui gli spazi della morale e dell’etica si siano dilatati e quelli della fiducia nella politica si siano ristretti, accada che per moltissime persone diventi molto difficile riuscire a individuare dei criteri soddisfacenti su cui basare la propria esistenza e dei valori certi su cui basare le proprie speranze per il futuro. A ciò va aggiunto un altro elemento molto importante: la società contemporanea è una società edonista e deve, per spingere al massimo i consumi, rappresentare il dolore, il disagio e la sofferenza come elementi estremamente negativi che devono immediatamente essere allontanati dalla nostra vita. Il dolore è fonte di instabilità, di riflessione profonda, di autocritica spietata; il dolore è una seria minaccia per la società dei consumi la quale vuole le persone alla continua ricerca dello star bene, del sentirsi in forma, dell’essere accettati dalla comunità e addirittura ammirati e invidiati. Il dolore e la sofferenza sono stati confinati all’interno di spazi chiusi e specializzati, come se si trattasse di esperienze limite, di casi eccezionali. Genitori, pedagoghi ed educatori sono impegnati soprattutto a evitare traumi e sofferenze ai bambini come se assistere alla morte del nonno fosse più traumatico di dover subire la separazione dei genitori o prendere uno scapaccione al momento giusto fosse molto più deleterio che assistere a una lite furibonda tra il padre e la madre. Evitare e quindi negare l’esperienza del dolore ai giovani è una pratica estremamente diffusa, ma è una pratica criminale poiché tende ad una rappresentazione della realtà falsa che porterà a delle conseguenze estremamente negative. Il dolore, il senso di privazione e di solitudine sono elementi costanti nella vita dell’uomo, anzi, sono connaturati proprio all’essenza dell’umanità, il non essere in grado di gestire autonomamente questi stati d’animo è pericoloso per sé e per chi ci circonda. La quantità di giovani disadattati, inermi di fronte alle difficoltà e alle delusioni della vita è in costante aumento: non sopportano le proprie sembianze fisiche, la propria diversità intellettuale ed emotiva, le differenze di stato sociale, le critiche, il dover imparare a fare delle rinunce, l’affrontare le difficoltà delle scelte, l’impegno e la costanza che richiede l’interpretazione della realtà. E quindi risulta molto più facile che ora la gioventù, una volta di fronte alla dura realtà, cerchi di evadere dai drammi quotidiani attraverso l’uso di varie sostanze che alterano la coscienza e la percezione della realtà. In passato chi aveva il privilegio di accostarsi alla cultura aveva la grande opportunità di confrontare le proprie esperienze e i propri sentimenti, ad esempio, col Giovane Werther di Goethe o il Giovane Torless di Musil, scoprendo che l’uomo si pone, da sempre, gli stessi interrogativi e che, da sempre, soffre delle stesse lacerazioni e profonde delusioni. L’amore (etero ed omosessuale), la solitudine, l’inquietudine, i dubbi metafisici, il senso di inutilità della vita, il mistero della morte, la delusione verso il prossimo, la brama per il potere, tutto ciò è parte integrante dell’essere umano, è una condizione che l’uomo ha sempre espresso in modi e toni diversi nella sua storia. Non c’è niente di nuovo sotto il sole del ventunesimo secolo. Pensare il contrario è un atto di presunzione e di gretta ignoranza. La cultura afroamericana ha coniato l’espressione to have the blues, oppure to be blue, proprio per sintetizzare con poche parole quella condizione esistenziale che, in certi momenti, ci rende la vita insopportabile e vuota. In quei momenti tutto ci sembra inutile, senza scopo e una grande sofferenza ci induce a riflettere sulle nostre azioni, sui nostri comportamenti, sui nostri sentimenti; proprio in quei momenti, così dolorosi, noi viviamo pienamente la nostra condizione umana, che è unica su questo pianeta. E’ uno stato di estrema vulnerabilità emotiva che sfugge ad ogni classificazione razionale, in quei momenti cose come il successo, lo stato sociale, il potere, non hanno alcun significato e ci sentiamo ridotti ad un pugno di ricordi e di sentimenti, soli di fronte al mondo e a noi stessi. Ecco, in quella situazione noi compiamo la nostra condizione di esseri umani, solo allora comprendiamo pienamente i nostri limiti, solo allora non ci sentiamo superiori alla natura e al nostro prossimo. Cercare di fuggire, di evitare questo stato è profondamente sbagliato perché questa è la nostra autentica condizione ed è anche l’unica condizione che ci consente di vivere i momenti di gioia che ci riserva la vita in totale e perfetta consapevolezza. Lo zen della felicità passa attraverso la cupa esperienza del dolore.

2 commenti:

mariasole ha detto...

Vorrei poter fare un commento all'altezza di cio che hai scritto ma meglio che sto zitta...sono contenta di averti conosciuto bacio

Dyo ha detto...

Allora sperimentiamo la nostra condizione quotidianamente, con fatica e demotivazione.
Sarà vero, Saverio, e sicuramente lo è, ma non voglio non pensare al fatto che nella vita ci siano anche gioie e momenti di clamorose botte di culo.