domenica 1 maggio 2011

SANTO L'ANGELO DEL MOLOCH di Allen Ginsberg



Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo!

Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo!

Il mondo è santo! L’anima è santa! La pelle è santa!

Il naso è santo! La lingua e il cazzo e la mano e il buco del culo sono santi!
Tutto è santo! tutti sono santi! dappertutto è santo!tutti i giorni sono nell’eternità! Ognuno è un angelo!

Il pezzente è santo come il serafino! il pazzo è santo come tu mia anima sei santa!

Santo Peter santo Allen santo Solomon santo Lucien

santo Kerouac santo Huncke santo Burroughs

santo Cassady santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti

e sofferenti santi gli orrendi angeli umani!

Santa mia madre nel manicomio! Santi i cazzi dei nonni del Kansas!

Santo il sassofono gemente! Santa l’apocalisse del bop!

Santi gli hipsters di jazz & marijuana pace & streppa & tamburi!

Sante le solitudini dei grattacieli e delle strade! Sante le cafeterias piene di milioni!

Santi i misteriosi fiumi di lacrime sotto le strade! Santo il juggernaut senza compagni!

Santo il vasto agnello della borghesia! Santi i pazzi pastori della ribellione!

Chi capisce Los Angeles E’ Los Angeles! Santa New York Santa San Francisco

Santa Peoria e Seattle Santa Parigi Santa Tangeri Santa Mosca Santa Istambul!

Santo tempo nell’eternità santa eternità nel tempo santi gli orologi nello spazio

santa la quarta di-menzione santa la quinta Internazionale santo l’Angelo del Moloch!

Santo il mare santo il deserto santa la ferrovia santa la locomotiva sante le visioni

sante le allucinazioni santi i miracoli santa la pupilla santo l’abisso!

Santo perdono! pietà! carità! fede! Santi! Nostri! corpi! sofferenza! magnanimità!

Santa la soprannaturale ultrabrillante intelligente gentilezza dell’animo!
1955
(tratto da “Jukebox All’idrogeno”, Guanda edizioni)

martedì 26 aprile 2011

LA ROSA DEL RICORDO

Attenti come sempre dovremmo essere ai ‘piccoli miracoli’ della nostra vita d’ogni giorno, non possiamo non meravigliarci dinanzi alla sorpresa di una silloge che non nasce dalla volontà selettiva di un curatore, né dall’esigenza di descrivere la linea programmatica di un movimento, bensì dal vincolo d’amicizia che lega quattro autori della Terra di Bari, uniti da una comune ‘fede’ nel valore nobilitante della poesia e nella possibilità di conservare la dignità civile del nostro Paese, nonostante i troppi segnali di barbarie che ci incupiscono. I quattro poeti (Concetta Antonelli, Francesco De Santis, Federica Introna e Francesco Saverio Sasso), se non possono al momento proporsi come esemplari di una ‘linea pugliese’ rapportabile a quella ‘lombarda’ che sessant’anni fa Anceschi indicava a partire da alcuni nomi eccellenti, hanno però in comune la felicità della comunicazione poetica (lontana da pseudo-ermetismi o da vetero-avanguardismi) come dialogo permanente, come confidenza consegnata all’irripetibilità delle parole che sgorgano dal cuore e si stampano nel bianco e nero della pagina letteraria.
La silloge che qui si propone si affida all’icona iperletteraria della rosa (su cui fiumi di inchiostro sono stati versati, soprattutto nell’ambito della cosiddetta critica tematica), tuttavia non nella più abusata valenza amorosa o religiosa, bensì come allegoria della memoria, fatta di petali sovrapposti come per salvaguardarne gelosamente le pieghe più intime e insieme aperta verso l’esterno a diffonderne il profumo ammaliante e i colori dalle mille differenti sfumature. Le quaranta liriche, dieci per ogni autore, sono, infatti, un rosarium di ricordi che affiorano nostalgici e struggenti o appassionati e gioiosi, in un accordo ben temperato di voci, in cui pure si possono ascoltare predilezioni e accenti diversi: più sentimentali nell’Antonelli, per la quale la vita è un «destino d’attesa e d’amore»; più devoti a una religione familiare nel caso di De Santis («vieni a carezzare/ questo resto di madre»); più potenti nei testi della Introna, con i suoi «pensieri» dominanti che assediano l’anima e abbattono le autodifese dell’io; infine più allegorici in Sasso, soprattutto nella sua ‘riscrittura’ di Montale.
Mi viene in mente che il grande Mario Luzi, chiudendo ne 1998 il suo ‘Meridiano’, collocava alcune poesie fino ad allora inedite sotto il titolo di Un mazzo di rose, a indicare che la scrittura assolve per il vero poeta anche una funzione d’omaggio al lettore che ne segue i passi e ne ama l’arte. Non sarà un caso che il giorno dell’equinozio di primavera, quando la natura risveglia per l’uomo le sue promesse, si celebra la Giornata della Poesia.

Daniele Maria Pegorari

domenica 27 marzo 2011

ANTOLOGIA DI POESIE

DISPONIBILE A RICHIESTA

PRESSO LE LIBRERIE FELTRINELLI

mercoledì 23 marzo 2011

CREPUSCOLI

Alla fine del tempo
Alla fine del senso
porto i miei crepuscoli
densi di dolore
e di desiderio
deposti sul fondo
del dedalo dei ricordi.
Un tappeto di colori sfumati
fitto di nodi stretti intrecciati
su cui stendersi a guardare
quello che non si può vedere.
Vite spezzate, vite incrociate,
volti indistinti, promesse infrante,
lacrime asciugate, carezze abortite.
Frammenti d’umane vicende
destinati a finire silenti
nel buio della notte.
Come un cero ortodosso
li porto all’Ara della vita
nella vana speranza che
la fiamma arda infinita.

lunedì 21 marzo 2011

mercoledì 2 febbraio 2011

TORRE VILLOTTA

Quante nuvole riesci a vedere?
Come pensieri fuggono lontano
cambiando forma e colore.
Stesi sull’erba al suono del vento
impudico che spoglia i soffioni
respiriamo inermi e inconsapevoli
il dolce profumo dei fiori di mandorlo.
Chi racconterà questo tempo sospeso?
Chi rammenterà questa sacra incoscienza?
Coloro che hanno conservato lo stupore
negli occhi e nel cuore.
Coloro che continuano a guardare le nuvole
col cuore gonfio di tristi tramonti e di ingiusti destini.
Quante nuvole riesci a vedere?
Ora ce n’è una in più, la più grande, la più bella.
Stesi sull’erba aspettiamo di vederla passare.